I risultati dell’educazione alla generosità (cfr. post precedente)

Certi tentativi educativi lasciano il segno. Passato Natale, l’attesa e l’indigestione dei giochi e dei regali, l’apertura forsennata e bulimica deve aver creato dipendenza perché ogni tanto Manuele fa il tentativo e spiega:

“Io zono povelo, tome il bimbo povelo. Tello te li abbiamo legalato i zochi. Gli alti bimbi adezzo mi legalano i loro zochi? Tuando allivano?”

Qualcosa forse non ha funzionato come doveva.

Annunci

Regali di Natale

Alcune blogger che stimo e leggo hanno affrontato ultimamente questo tema: regali di Natale, quanti, quali, e come? Se ne è parlato qui, qui, qui e ancora qui.  Mi ha fatto riflettere, ho ripensato alla nostra politica dei regali e ho valutato che, se noi genitori normalmente non facciamo regali fuori dalle feste comandate, tra nonni e amici di passaggio i bimbi sono molto abituati a ricevere giochi e pensierini. A volte utili, a volte educativi, a volte plasticosi, a volte persino gormitosi, a volte bellissimi (e, sempre a volte, le varie categorie possono sovrapporsi). E anche noi, si, forse non facciamo molti regali degni di questo nome, ma rimpinguiamo regolarmente il parco pennarelli, didò, libri, quaderni, dvd per bimbi, abiti per lo scatolone dei travestimenti e altri strumenti per tenerli impegnati a casa e nei week-end piovosi. E poi c’è il calendario dell’avvento, gli onomastici, i compleanni, le partenze, e altre piccole scuse per concederci il vizio di fare un regalo ai nostri cuccioli. Insomma, alla fine, pur concedendo una sola richiesta nella letterina a Babbo Natale, pur facendo finta di essere una famiglia sobria e un po’ spiantata, i bimbi di giochi non ne hanno pochi e anzi ne ricevono di continuo. Magari non costosi, ma tanti comunque. Ogni tanto faccio sparire quelli distrutti, o metto via quelli che hanno perso l’aura di novità e li faccio riapparire a rotazione, risvegliando nuovamente l’interesse, per evitare l’esigenza di un ricambio forzato e per arginare un po’ la sensazione di superfluo che provo guardando l’angolo giochi.

Alla fine delle letture mi sono quindi fatta l’esame di coscienza, ci ho pensato, ho pianificato se fosse possibile in qualche modo indirizzare propriamente le velleità giocherecce di Leonardo e Manuele e…. ho deciso di non farne niente. Anche perché l’esperienza mi ha insegnato che il negato è come l’arcolaio della Bella Addormentata, tu provi a far vivere i tuoi figli in una casa in una capanna lontana da ogni pericolo ma da qualche parte c’è sempre una soffitta con un attrezzo infernale che è sfuggito al tuo controllo.

A me è successo con la pubblicità. Noi non guardiamo la tv di fronte ai bimbi, e loro vedevano solo dvd adatti a loro, alla sera. Ma già dall’anno scorso Leonardo se ne è uscito dicendo “Io per Natale voglio la casa delle costruzioni”. Era successo che in una rivistina di Winnie the Pooh, di quelle piene di giochi grafici che lui fa molto volentieri, proprio sull’ultima pagina ci fosse una pubblicità della Lego, con alcune scatole e la famigerata casetta, ovviamente la più costosa dei set presentati. Così quest’anno è bastata una blanda visione di Rai yoyo per desiderare e richiedere la casa di Scooby Doo. Che volete che vi dica? Che sia. Si è fatta la letterina a Babbo Natale, Leonardo ha disegnato la casa, Manuele un cavaliere con la lancia e il drago, e quella cosa da loro voluta avranno. Solo una. Il che significa scegliere tra tutti i loro desideri, che non mi pare affatto diseducativo.

Nel mentre ho ripensato alla mia infanzia, e non mi pare che i miei abbiano mai messo un veto sui regali. Anzi, ultimamente ho incrociato un’amica di mia mamma, con figli circa dell’età mia e di mio fratello con cui giocavo da piccola, che ancora ricordava la nostra enorme camera piena piena di giochi. E con un sorriso ironico mi diceva che era strano che fossi cresciuta così a modo visto come ero stata evidentemente viziata da piccola. Poco gentile forse, ma vero: io sono cresciuta senza il mito del possedere, nonostante quella stanza piena di giochi. E mi sono ricordata che ogni Natale mia mamma ci faceva scegliere dei giochi da dare all’orfanotrofio vicino. Mi ricordo un anno che scelsi una mia Barbie, la vestii con cura a la confezionai per bene in una scatola vuota di pavesini perché sembrasse come nuova. Non mi ricordo che regali ho ricevuto quell’anno, ma quello che ho donato mi è rimasto in mente. E ho provato a proporlo ai miei bimbi, per quanto piccoli.

Il mestiere del papà a volte porta a conoscere casi difficili. Tra questi una ragazza madre dalla situazione davvero dura e complicata, con un bimbo poco più piccolo di Manuele, a cui in genere passo alcuni vestiti smessi. Ho chiesto ai bimbi se volevano scegliere un gioco da regalargli. Uno dei loro. Leonardo è partito con un entusiasmo che non mi immaginavo, riempiendo una busta di giochi anche attuali, anche belli e nuovi. Manuele per un po’ gli è stato dietro, poi quando il fratello ha cominciato a dire che regalava alcuni di quelli che a Manuele piacevano di più, si è messo naturalmente a piangere. Abbiamo trovato un compromesso, poi hanno deciso spontaneamente che avrebbero fatto un disegno per il bimbo, da accompagnare ai giochi.

Ho trovato la mia risposta: sono troppo pigra per mettermi troppi problemi sul ricevere, in fondo mi basta che poi sappiano anche dare. E comincerò, cosa che non avevo ancora fatto, a coinvolgerli nel realizzare regalini anche per amici e adulti. E poi se per Babbo Natale la slitta sarà poi troppo pesante, in fondo è il suo lavoro e saprà come risolvere il problema.

my urban montessori trip

Posted On ottobre 8, 2009

Filed under Scelte educative

Comments Dropped 5 responses

Parafrasando un ormai celeberrimo post di mom@work, vi racconto il mio recente intrippamento con il metodo montessori e i miei tentativi di portare un po’ (qualche minuto, non certo un’ora) dei suggerimenti della nostra brava faccia da mille lire nei nostri circa 60 metri quadri calpestabili. Come sapete non sono e non saró probabilmente mai davvero dedicata ad un metodo, e sinceramente a volte i precetti montessoriani mi sembrano un po’ troppo “ordinati” per il mio carattere, ma leggendo su vari siti, sia italiani che americani, ho trovato tantissimi spunti mi sembrano molto di buon senso. Del resto trovo che questa fase della crescita, finito quel periodo in cui ci si deve destreggiare in precarissimo equilibrio tra la fusione totale tra bimbo e mamma e un minimo di organizzazione delle proprie giornate, sia molto stimolante. Siamo in un momento , ovviamente con Leonardo, ma Manuele è un bravo imitatore quindi si riesce anche a coinvolgere, in cui si fa, in cui si parla e si mette in pratica quello che si dice, in cui si scopre, in cui si cercano risposte ai perché e ci si meraviglia. Stupendo ed emozionante.

attraversando un ponte

Di risorse è pieno il web, soprattutto siti stranieri, ma in italiano ho passato molto tempo su cuoredimamma, lacasanellaprateria e mammafelice. Ho scoperto che per alcune famiglie americane il metodo montessori è praticamente uno stile di vita globale, e poi ultimamente mi sono regalata il libro di Tim Seldin, cosí da avere qualcosina da sfogliare la sera nei pochi secondi che precedono il crollo della testa sul cuscino. Della questione del bambino competente e di molti punti teorici avevo giá sentito parlare, ma quello che mi mancava e che ho capito anche grazie a questi altri genitori che concretamente fanno cose con i loro figli è che non è necessario iscrivere i figli ad una Casa dei bambini per dar loro ambiente e attenzioni a loro misura e che ci sono tanti tanti piccoli esperimenti pratici che possono entrare nella vita di famiglia.  E mi sono venute tante tante piccole idee “urbane”, che non prevedono stravolgimenti della nostra vita o particolari aspettative e spero di riuscire a metterne in pratica piú di qualcuna.

A partire da una piccola sorpresa per domani. 😉

Conclusioni dell’inserimento (temporanee)

Adesso Manuele arriva al nido, per strada ciangotta “bimbi! bimbi!” tutto contento, arrivati lí aiuta a togliersi il giubbottino, passa in braccio al dado di turno ( c’è anche un educatore maschio, la cosa mi fa molto felice) e dice “Tao, tao” salutando con la manina. A casa continua ad andare un po’ nel panico se non mi vede perché vado in un’altra stanza, ma meno di prima, e anche i risvegli notturni sono diminuiti. Devo ammettere che quello che mi aveva piú turbata era il cambiamento a casa, i pianti all’asilo me li aspettavo, ma non credevo che per lui la paura dell’abbandono si sarebbe estesa anche oltre il momento del distacco. Grazie davvero a tutte voi che mi hanno scritto ed incoraggiato e dato il benvenuto nel club :-), mi è servito davvero, che poi anche l’inserimento di Leonardo non era stato proprio rose e fiori, ma forse per lui me lo aspettavo e in piú, per cause di forza maggiore, era stato affidato al papá.

Alla fine Manuele all’asilo ci stará dalle 9 alle 12:30, ci pare sufficiente per cominciare e dargli la sua dose di contatti sociali anche in inverno e per i nonni tenerlo il pomeriggio è piú leggero perché per buona parte del tempo dorme. Per ora anche Leonardo torna dopo il pasto, vediamo se si riesce a reggere con questo ritmo. Sono bimbi, una mattina dovrebbe bastare, ma comunque il lettino alla materna è pronto, decideremo strada facendo. Da giovedí abbiamo provato a lasciare Manuele anche a pranzo, alle 11:30, e la dada mi ha accolto con un “Ma ha mangiato tutto! È un mangione, lui?” e probabilmente il fatto di essere nutrito ha ingenerato un senso notevole di gratitudine in lui per cui anche dopo il week-end casalingo stamattina era contentissimo di uscire con il papá per andare a scuola (ola).

Concludo riportandovi un brano di conversazione tra me e Manuele di metá della scorsa settimana, quando ancora si disperava ma avevamo invertito la tendenza.

“Manuele, ti piacciono le dade?”

“No!”

“E la dada Marika?”

“Ci.”

“Ti piacciono i bimbi?”

“No.”

“E la bimba Serena? ”

“Ci.

Ecco. Forse le modalitá di inserimento degli asili comunali potrebbero essere piú personalizzate. Forse per affidarsi doveva prima conoscere le singole persone, non le entitá collettive dadi e bimbi, e non è in qualche ora di presenza con la mamma che questo puó succedere. O forse no, forse deve avvenire proprio cosí, mamma via e cercati i nuovi punti di riferimento. Ma il dubbio mi rimane.

Crisi

Eravamo piuttosto convinti di mandare Manuele al nido. Ci sembrava che per il suo carattere curioso e indipendente fosse la soluzione migliore. Avrebbe pianto un po’, ma il distacco sicuramente sarebbe stato gestibile. Perché lui è cosí indipendente.

Come no? E ora ci ritroviamo pieni di dubbi con un bimbo che cerca la mamma di continuo e non si convince del perché non puó stare sempre con lei (o con i nonni, che fanno comunque parte dell’entitá “mamma” in senso lato).

Aggiornamento. A casa è piú sereno,  forse merito dell’aver guadagnato l’accesso al lettone a metá notte, cosí la sua dose di mamma sempre vicina se la becca.

Aggiornamento bis.Oggi sono andata a prenderlo dopo due ore e finalmente l’ho trovato che giocava sullo scivolo con gli altri bimbi! La dada è venuta tutta contenta e come prima notizia mi ha detto gioiosamente che aveva fatto la cacca. Io l’ho guardata un po’ stupita ma mi ha spiegato che è un momento molto importante, vuol dire che si è lasciato andare. Un passo avanti è stato fatto, vedremo lunedí.

I metodi e la dialettica

Posted On settembre 10, 2009

Filed under Famiglia, Scelte educative

Comments Dropped 4 responses

Prendo spunto da tutto questo dibattito che freme per blog parentali su scuola/non scuola, montessori, steiner, malaguzzi e dintorni per fissare qui un’idea che ho da tempo, e magari mi fará bene rileggere quando nuovamente non sapremo che pesci pigliare su scelte piú o meno importanti che riguardano i nostri figli.

Quando sono rimasta incinta per la prima volta, una gravidanza gemellare e difficoltosa con la prospettiva di un capovoglimento totale della mia vita precedente, ho cercato di approcciare la mia paura del futuro nei due modi con cui diversi maestri di vita mi hanno insegnato ad affrontare le difficoltá e il nuovo che arriva: amando e studiando. Questo non significa che riesca sempre a seguire in questi due metodi, ma sono i primi che mi vengono in mente passato il primo impatto.

Chiara Lubich dice che l’amore è come i pedali della bicicletta collegati alla dinamo: quando si ama, si pedala, la luce si accende, e tutto si chiarisce. Quindi amare i miei due bimbi, ora tre, perché Tata fa sempre parte della nostra famiglia, nel modo che potevo, con i limiti che avevo, mi aiutava anche a tranquillizzarmi e a effettuare scelte sul loro futuro.

Dall’altro lato pensavo che la mia paura di diventare genitore e la frenesia di sapere come fare, cosa è giusto e cosa sbagliato, come si fa a far spazio ad un bimbo piccolo, accoglierlo ma non essere completamente sopraffatta, prepararsi alla responsabilitá piú grande che mi toccherá in tutta la mia vita, si potesse chiarire leggendo e studiando i vari approcci al problema “come essere il genitore perfetto e vivere felice”. E quindi mi sono messa a studiare.

Ho imparato parole e sintagmi esoterici, come attachment parenting, metodo EASY, ferberizzare, elimination communication, ho conosciuto un po’ meglio la Montessori e incontrato per la prima volta Steiner, denigrato Estivill, apprezzato Gonzáles, improvvisamente Spock per me non aveva piú solo le orecchie a punta ed era diventato dottore, Piaget e quell’altro inglese di cui mi scordo sempre il nome sono diventati i miei conversatori abituali e Bernardi il mio mentore tranquillizzante. Ho frequentato forum e mailing list di esperti e di altre mamme. Insomma, sono entrata in un mondo fino ad allora inesplorato e affascinante ma ne sono uscita piuttosto confusa e un attimino irritata.

Una prima impressione sgradevole è stata che la maggior parte delle teorie sono mammocentriche o figliocentriche. E tutti ti paventano le conseguenze magnifiche o terrificanti di ogni tua singola azione. Quindi sappi che se riempirai tuo figlio di coccole da piccolo sará piú intelligente e sicuro di sé da grande, ma anche se farai in modo che dorma tutta la notte ti troverai improvvisamente un piccolo genio iperproduttivo a scuola, e ti diró pure che la sua integritá affettiva dipenderá fortemente da quanto a lungo lo terrai in braccio, mentre la sua indipendenza sará direttamente proporzionale al tempo passato sulla sdraietta felice, ma ovviamente dovrai essere vigilissima mentre sta lí a giocare nella palestrina a cogliere i primi segnali di sonno altrimenti farai di tuo figlio un nevrastenico.

Pochi, pochissimi, parlano di relazione e di equilibrio. Ovvero, moltissimi parlano di relazione, ma quando ne parlano schematizzano e spesso considerano solo una delle due parti. E tutti sono pronti a profetizzare i peggiori abominii nel futuro di tuo figlio se ti azzarderai a seguire la scuola avversa.

Eppure.

Gli esempi reali ce li ho sotto il naso. Ossia mamme preparatissime dal punto di vista intellettuale che messe in relazione con un piccolo essere autonomo che non ne vuole sapere di rientrare nello schema prefisso e preparato da tante, tantissime letture, sanno cambiare idea e ricreare l’equilibrio. Mamme pronte a tenere i figli a casa per dedicarsi in prima persona alla loro istruzione che vengono spiazzate dalla richiesta dei bambini di andare a scuola, che sanno considerarli persone e appoggiare le loro esigenze e il loro bisogno di autonomia. Mamme convinte ad applicare il metodo Estivill che si convertono al lettino sidecar perché capiscono che la loro bimba di quello ha bisogno al momento. Mamme che di fronte alle difficoltá dell’allattamento al seno decidono di passare al biberon, perché hanno altri figli e non riescono a gestire tutto, o perché se non riescono a dormire sono nervose e credono che una mamma serena sia piú importante di concedere qualche poppata di latte artificiale.

Dico mamme, per dire genitori, perché per vari motivi sono le mamme che quando i bimbi sono piccoli come i miei vivono generalmente in prima persona queste difficoltá, anche se ovviamente non sono solo loro a prendere le decisioni. E faccio questi esempi proprio perché sono differenti dalle scelte che abbiamo fatto noi per i nostri bimbi, ma ne condivido pienamente lo spirito.

Perché da quando finalmente, dopo il parto, vediamo quei musetti, magari diversi da come ce li eravamo immaginati, comincia il processo di educazione vicendevole, ed è un gioco dialettico, in cui crescono sia i bimbi che la mamma e il papá, e si adattano l’uno alle esigenze dell’altro, ed è un’esperienza nuova e diversa per ognuno, e per fortuna che i metodi falliscono o ci prendono solo in parte, perché siamo tutti unici ed è l’imprevedibile nascosto nell’altro che ci rende la vita un’avventura persino quando siamo all’interno delle mura domestiche.

Nido e materna, fra poco si va!

Un po’ di magone c’è stato quando abbiamo salutato le dade del nido di Leonardo. È stata davvero una bella esperienza, dopo l’inserimento un po’ faticoso, peró è finita un po’ bruscamente a causa di una brutta caduta di Leonardo che ha fatto sí che lo tenessimo a casa gli ultimi giorni di frequenza prevista. Il nido era davvero nuovo e bellissimo e ci sarebbe tanto tanto da dire, ma direi che prenderó spunto per questo piccolo flashback dalle parole della dada con cui ho scambiato due chiacchiere alla festa di fine anno. Non essendoci stato un vero e proprio colloquio finale, ho domandato come vedesse Leonardo alla conclusione di questo periodo di formazione e lei mi ha risposto ridendo:

“Che dire! È simpatico, gli piace leggere, gioca e si fa coinvolgere, canta sempre, va in bagno da solo, mangia da solo, che vogliamo di piú?”

Sulla simpatia non sono obiettiva, ma fa piacere che lo notino pure gli altri (eh, eh), la lettura gli è sempre piaciuta molto, complici nonni molto disponibili e nostro e loro grande acquisto di libri (eravamo quasi compulsivi, adesso siamo diventati assidui frequentatori della Sala Borsa, altrimenti avremmo avuto seri problemi di spazio personale a casa nostra), per il pannolino e la pappa il nido e l’esempio degli altri bambini è stato sicuramente di grande aiuto, ma davvero le due conquiste dell’anno che forse non sarebbero avvenute se fosse rimasto a casa con i nonni sono la socializzazione, la capacitá di fare attivitá organizzate in gruppo e la passione per il canto.

Era una gioia sentire il mio bimbo timidone dire che gli piaceva andare a scuola perché c’erano i suoi amici.  L’ho visto correre felice insieme al suo amico Simone, arrampicarsi, chiacchierare. E lo sento tutt’ora cantare e cantare, cantare e cantare, cantare e cantare….

E Venerdí si inizia con la materna. La scuola è proprio di fronte a casa e io aspetto quel momento con trepidazione e un pelino di ansia. La settimana dopo anche Manuele comincerá il nido. È stata una decisione presa sia in relazione al suo carattere esuberante, molto recettivo e sempre a caccia di stimoli, sia perché l’anno scorso in certi momenti abbiamo dovuto organizzarci al minuto secondo per riuscire a gestire, noi e i nonni, entrambi i bimbi, con problemi di stress e di salute conseguenti. E come penso sempre, se il tempo passato con i miei figli è viziato dal fatto che sono stanca e nervosa (e io quando sono stanca sono quasi sempre anche nervosa, purtroppo), meglio farsi aiutare e dedicare a loro un tempo piú di qualitá, anche se forse minore.

Intanto quest’Estate ho preparato con una certa emozione, come feci per Leonardo, la sacchetta con il suo nome. Anche questa è una tappa nell’acquisizione dell’identitá, e simbolicamente spero che in questo percorso si porteranno dietro qualcosa dell’amore della loro mamma, anche se solo un ricamino semplice semplice su una sacchetta giá decorata dell’Oviesse perché piú oltre qui non si va.

Sacca asilo Manuele

Pedagogia del genetliaco, ossia riflessioni educativo-festaiole mentre si impasta il MMF

Posted On maggio 18, 2009

Filed under compleanni, Leonardo, Scelte educative

Comments Dropped 3 responses

L’abbiamo organizzata nella saletta sotto casa e abbiamo invitato i suoi amichetti dell’asilo e altri figli di amici della sua etá. Abbiamo fatto le bolle di sapone, disegnato, ci siamo rincorsi per la corte davanti a casa e ballato Le tagliatelle di Nonna Pina ed è stato un successone: i piccoli ospiti sembravano felici e Leonardo a sera aveva un sorrisone perenne sul visetto, fino a sera.

Mentre preparavo il buffet con Leo mi sono anche chiesta il perché organizzavamo una festa a tutti gli effetti per i suoi 3 anni, visto che lui non è che l’avesse chiesta, se davvero ne sentiva l’esigenza, e che fine educativo mi prefiggevo. Si, lo so, sono bacata. Non so se sia ansia, senso del dovere, insicurezza, esercizio mentale fine a se stesso, ma ho bisogno di valutare persino gli effetti pedagogici delle feste di compleanno. A mia discolpa posso dire di aver deciso di preparare una festa per il terzo compleanno di Leonardo prima di valutarne il fine educativo. Forse. Perché non lo so mica se nella volontá di indire una riunione di treenni ci fosse un inconscio intento formativo o piú la voglia quasi conscia di vedere e magari chiacchierare con qualche adulto/a che avrebbe accompagnato i suddetti treenni e fatto sentire mamma e papá quasi vicini ad un insperato incontro sociale con coetanei. Se l’obiettivo era il secondo, forse c’erano metodi piú semplici per ottenerlo che invitare contestualmente anche i treenni da intrattenere, rifocillare e di cui garantire l’incolumitá per almeno un paio d’ore. Peró c’è pur sempre il senso di colpa da far tacere. Oh, insomma, con la questione del senso di colpa non se ne esce, e io volevo parlare delle riflessioni antropologiche e non sociologiche o analitiche sulle babyfeste di compleanno. Per cui, nonostante la festa mi abbia regalato anche una piacevole microchiacchiera con la mia amica Marina mentre il papá era fuori a farsi bombardare di bolle di sapone, torniamo all’opzione numero uno, ossia l’inconscio intento educativo delle feste di compleanno in etá prescolare.

Il primo quesito da affrontare è: fará bene ad un bimbo piccolo sentirsi reginetto per un giorno? Ne rafforzerá l’egocentrismo innato nei bambini, o lo renderá piú sicuro di sé? Mentre rifletto e impasto Leonardo mi guarda e mi dice pieno di aspettativa: “è la torta per la mia festa? La mangio con i miei amici?”

Quesito numero 1 quindi affrontato subito e risolto: comunque sia, è ininfluente di fronte allo sguardo di felice attesa. Anni di scuola superiore e sabati del villaggio non passano senza lasciare traccia.  Per quanto mi riguarda, di fronte a quello sguardo, posso anche mettergli una corona in testa con su scritto egocentrico forever.

Leonardo stesso, con quella domanda, mi invita ad analizzare il primo aspetto pedagogico: saper attendere. Penso che l’aspettativa sia uno degli aspetti piú belli dei giorni di festa, quando si è bambini. Quello che per gli adulti diventa stress e ansia da prestazione, per un bimbo è la magica attesa del Natale, dell’arrivo di amici o parenti lontani, del primo giorno di vacanza, della partenza per il mare. E quando sono piccoli, passare dalla prevedibilitá della routine rassicurante alla scoperta che le novitá sono anche fonte di gioia, non solo di fatica, non credo sia un passo da poco.

Quindi è fondamentale che la festa non sia a sorpresa, ma annunciata, attesa, sottolineata dal passare dei giorni, dalle chiacchiere sul significato di crescere, dalla preparazione dell’ambiente e della tavola. Giá, perché un bimbo di 3 anni, specie se va all’asilo, forse ha giá chiaro il sentimento della convivialitá, ma quello dell’ospitalitá quando si inizia ad introdurre?  Forse con quelle frasi che cominci a dire da piccolo quando sta per arrivare un amichetto, generalmente figlio di amici dei genitori, sul fatto che verrá un altro bimbo, che sará bello giocare insieme, che probabilmente vorrá vedere e usare i suoi giochi, ma che sará anche piú bello. Si, forse si comincia quando noi genitori, che vogliamo finalmente ricominciare a fare una vita sociale, ci premuriamo di evitare di passare la serata a dividere i piccoli contendenti invece di intessere pacifiche relazioni sociali tra adulti e facciamo presente al piccolo padrone di casa che quando viene qualcuno a casa sua è usanza di cercare di farlo stare bene e condividere quello che abbiamo. Si, ok. Peró preparare una festa per gli amici è un passo ulteriore. A parte il divertimento di fare le cose insieme,  in quest’ottica mettere le ciliegie candite sui cupcakes e mangiarne solo una ogni 3, ritagliare le pizzette e vederle lievitare, assistere alla prepararazione della torta per ben 3 giorni e sapere che bisogna attendere a mangiarla l’arrivo degli amichetti in quest’ottica diventa una tappa del diventare grandi. Ottimo, ottimo. Almeno un fine pedagogico l’ho trovato.

Potrei fermarmi qui, ora sono soddisfatta, ma ho ancora da fare il MMF azzurro per il laghetto, quindi proseguo. E riparto dal diventare grande. In fondo compiere gli anni non sempre è cosí bello, specie dopo una certa etá (tipo quella della mamma). E diventare grande puó fare paura, ancor di piú se hai un fratellino che, invece, è  piccolo. Anche tu sei piccolo, ma lui è piú piccolo di te e per questo ha meno responsabilitá. Tu invece vai all’asilo, mangi da solo, devi imparare a non fare la pipí nel pannolino e condividere i tuoi giochi. E invece diventare grande è bello, non deve far paura, e per questo va festeggiato. Certo, non basta la festa, peró male non fa, specie se la mamma ti racconta cosa di bello succede dopo i 3 anni.

E sono due, tre con la questione del saper attendere. La mia coscienza ne è satolla, quasi quanto l’impasto di MMf di zucchero a velo. Quindi possiamo anche inserire non tanto un fine pedagogico, ma una curiositá della mamma, cioé vedere come il piccolo principe di casa si comporta in mezzo ai suoi piccoli pari. Che fará Leonardo all’asilo, cosa vorrá dire che Simone e Davide sono suoi amici, come è in mezzo ad altri bambini? Sono domande che faccio continuamente alle dade (chissá, ancora senso di colpa? Ma no, dai, passiamola per voglia di conoscere meglio mio figlio) ma vuoi mettere assistere di persona a Leonardo scatenato, che ride e confabula con l’amichetto Simone, che prima controlla timido l’ambiente e alla fine corre e saltella piú di tutti, che è felice di vedere i suoi amici?  Ecco, questo serve anche alla mamma, per capire, per soddisfare la sua curiositá, e anche per essere gratificata dal vedere un bimbo felice per il regalo (la festa) che ha preparato per lui.

Sorriso da festa

Sorriso da festa

Il MMF è ormai quasi pronto quindi posso analizzare il punto piú controverso, l’argomento dei regali. Penso che a 3 anni Leonardo abbia giá superato in numero i regali che io ho avuto fino a 18 anni. Ma non è questo il problema, non ne faccio una questione di quantitá. Leonardo è felice di ricevere regali, e vedo che è felice anche di farli, basta che poi possa aiutare a scartarli. Peró mi piacerebbe che il suo compleanno non si limitasse solo a ricevere. Me lo metto come promemoria per la prossima volta, forse a 4 anni possiamo anche fargli capire che lui è un bimbo fortunato ad avere e a ricevere tanti giochi, e che si puó dare qualcosa, un vecchio gioco, o uno dei regali a sua scelta, a qualche bimbo che di giochi non ne ha. A me piace fare e ricevere regali, non mi pare particolarmente giusto eliminarli o diradarli, peró vorrei che non si abituasse ad accumularli, ma sappia anche donare a sua volta, sapersene distaccare. Mi dispiace non averci pensato quest’anno ma forse era presto. Chissá qual’è l’etá in cui si puó provare a far superare l’innato egoismo e insegnare o stimolare ad essere generoso. Beh, fortunaramente ho un anno per studiare e pensarci, e chissá quanto MMF passerá dai miei fornelli fino a quel giorno.

Bbbuona la nutella!

Bbbuona la nutella!