Someone to Watch Over Me

“Leo, io vado a Milano per 3 giorni. Tu fai il bravissimo con il papà, io poi torno presto presto”

….

“Ma ce l’hai una casa a Milano, mamma?”

“No, non ho una casa mia, mi ospita un amico che ha una casa lì”

“E c’è un letto?”

“Si, spero proprio che ci sia un letto per me!”

“Ma ti porti anche dietro la pappa?”

“No, non c’è bisogno. A Milano ci sono ristoranti e bar, mangerò qualcosa lì.”

“Ma non mangiare solo gelati e succhini, eh? Mangia della pappa vera, anche se vai al bar…”

Poi ero io che mi occupavo di loro…

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Competenze lavorative

Qualche tempo fa ho letto dell’iniziativa Il CerVello di Mamma e Papà di Genitori crescono e così su due piedi, mi è sembrata molto carina, anche se non so quanto incisiva sul piano del mercato del lavoro. Però fornisce  un piccolo aiuto di empowerment, per usare un anglicismo di moda, e visto che parliamo di lavoro li useremo a piene mani che fa figo, per le povere mamme ciabattose che dopo un passato da grintose lavoratrici si trovano messe in attesa, magari a fare qualcosa di ripetitivo che non metta il capo in difficoltà se devono correre via per l’ennesima tonsillite o assenza, sempre che un lavoro al ritorno lo trovino.

Quindi mi sono detta, anche io, sono diventata davvero una lavoratrice migliore e più appetibile dopo due maternità? La risposta è stata ed è ancora Mah. Perché il senso di colpa che ti instillano dentro, le difficoltà organizzative, la frustrazione nel dover a volte lasciare il lavoro a metà sul più bello perché c’è qualcuno a casa che ti aspetta, la stanchezza cronica e le difficoltà di concentrazione non ti fanno sentire una migliore lavoratrice di prima. Anzi.

Per un po’ ho messo l’idea da parte poi l’ho presa come una sfida. Individuare almeno una caratteristica nuova che deriva dall’aver figli piccoli. E Domenica scorsa ho passato il tempo ad analizzare i miei comportamenti e questo è quello che mi sono appuntata.

Niente ormai mi coglie impreparata, i miei figli mi insegnano ogni giorno a pensare fuori dagli schemi, il famoso think out of the box, per questioni di sopravvivenza. E così, quando ho trovato Manuele con in mano un mio vecchio rossetto che non avevo ancora avuto il coraggio di buttare e che giaceva in una scatola tenuta forse un po’ troppo in basso, ho provato a farmelo ridare. Ma la consistenza dell’oggetto era troppo interessante, e anche il colore che, guardacaso, se strisciato lungo i muri lasciava strisce brillanti e vivaci.

Che fare, strapparglierlo con la forza? Di quel rossetto in fondo non mi importava niente, un po’ di più dei miei muri (ma poco, che sono già ridotti male). Invece del conflitto, una mediazione? Prendiamo dei fogli di scarto, e proviamo ad usare questo nuovo tipo di colore. Rouge Passion per Manuele, e Bois de Rose per Leonardo, che naturalmente ha trovato l’idea affascinante e quindi è stato rifornito anche lui di strumento pittorico. Risultato finale: bimbi intrattenuti per 20 minuti, muri salvi e riciclo creativo di cosmetici destinati alla pattumiera.

Poco più tardi, Manuele mi mostra un minuscolo buchino nel suo calzino. Gli dico “Togliteli, così li laviamo e te lo aggiusto” e nel frattempo torno in cucina a preparare il pranzo. Due minuti dopo il papà mi chiama. I due bravi casalinghi sono davanti al bidet che lavano i calzini, uno per uno, e alla domanda del papà, se avessero avuto il permesso di giocare con l’acqua, rispondono “I calzini di Lele hanno un buchino e noi li stiamo lavando per aggiustarli”.

Frenato il riso, i calzini bagnati stanno per essere sequestrati e gettati insieme agli altri panni sporchi, ma è il caso di sprecare cotanta buona volontà? Ed ecco spuntare del sapone di marsiglia e improvvisare una lezioncina su come si lavano e sciacquano i calzini. Teaching and learning on the job, dicevano all’ex Andersen Consulting. Nel bagno di casa mia. Una volta lavati, sciacquati e asciugati i calzini sono stati stesi fuori da due volenterosi aiutanti. Motivational training. Il giorno dopo quando Leo si è tolto i calzini ha lavato anche quelli. E son soddisfazioni.

E per finire, uno dei classici problemi da risolvere quotidiano, perché alla fine con i tuoi figli è fondamentale il trust environment. Avevo promesso a Leonardo che avremmo fatto i biscotti, solo che mi ero dimenticata che la pizza era a lievitare nel forno. Io so che tirar fuori i panetti stagliati dal forno compromette la lievitazione e quindi dovevo scegliere tra rovinare la pizza o spiegare a Leo che non potevo mantenere la promessa. Ma no, think out of the box! Ho scavato in fondo alla dispensa e trovato del farro soffiato al naturale abbandonato in un sacchetto. In frigo un resto di cioccolata, fatto fondere a bagnomaria insieme ad un po’ di burro, un cucchiaio di malto d’orzo e uno di miele e ci ho impastato il farro, facendone mucchietti su un pezzo di carta forno e mettendoli a raffreddare in frigo. Ed ecco i nostri biscotti senza cottura e la pizza salva. The best of two worlds, oserei dire.

Allora, mi assumete?

Bastan poche briciole…

Posted On maggio 10, 2010

Filed under cartoni animati, Famiglia, lavoro

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Il Libro della Giungla, il cartone Disney, intendo, quel cartone disney con una delle colonne sonore più carine che ci siano, io da piccola credo di averlo visto una volta sola, quindi della colonna sonora tra le più carine che ci siano non mi ricordavo minimamente neanche una nota. Fortunatamente mia mamma, che mi ha trasmesso l’amore per lo swing, aveva in una delle sue innumerevoli raccolte una canzone, che non sapevo che fosse parte di quella colonna sonora così carina. Certo, poi, pensare il fu guanciottissimo Satchmo nei panni dell’orso Baloo mi ha fatto sbellicare da ridere, quando ho finalmente realizzato. È un vero peccato che in italiano non si possa rendere il gioco di parole tra the bare necessities of life e the bear necessities of life, ma il concetto viene reso abbastanza bene dalla locuzione “lo stretto indispensabile”. La canzone, come si scopre dagli speciali del film, in casa nostra ormai alla 237 visione, è stata l’unica sopravvissuta alla prima colonna sonora, poi scartata per dare al film un taglio più brioso e jazzato. Anche questa sfumatura di sopravvivenza fa si che me la canticchi spesso ultimamente, un po’ come maschera laica per attirare la sempre benvenuta Provvidenza, un po’ perché, in fondo, non possiamo far rovinare la nostra felicità da qualcosa di così triviale come le necessità materiali.

In questo periodo di ricorrenze, in cui la più pesante è che oggi è  il terzo mese che io non ricevo lo stipendio, di belle notizie e di frigo vuoto, di razzia di provviste e risparmi, di voglia di fare e di reagire, tra gli altri mille progetti ecco a voi un nuovo bloggettino, un blog a parte perché non essendo io nè vera massaia nè vera crafter non so quanto durerà e quanto sarà aggiornato, a parte anche perché questo è un posto per i miei bimbi e i loro ricordi e le ricette e i maglioncini fatti a mano non so quanto effettivamente c’entrino. La mia storia è prima quella di una studentessa fuori sede con pochi soldini, poi analista programmatore con mutuo e senza risparmi, poi mogliettina di belle speranze ed entrate ridotte, poi volenterosa mamma di famiglia in piena crisi economica, e pure non mi è sembrato di non avere quanto mi bastava per essere felice, anzi, per vivere nel lusso di cose buone e cose belle, appunto, lo stretto indispensabile per una vita ricca e serena.

Eravamo classe media…

Posted On maggio 3, 2010

Filed under genitori da soli, lavoro

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C’è chi si rifiuta di venire a lavorare finchè non arriverà lo stipendio. C’è chi abita lontano e deve chiedere un prestito per fare il pieno di benzina. Chi vive in rosso, chi fa la segretaria il pomeriggio di CDS per pagare le tende e le vacanze. Chi in vacanza non ci andrà, anche se alla bimba farebbe bene un po’ di mare. Chi prende dai risparmi per il regalo di compleanno del figlio, chi si inventa una scusa per non andare da dentista. Chi invece evita l’amministratore di condominio, chi passa le giornate a fare i preventivi dell’assicurazione per vedere di poter risparmiare un po’. Chi in pausa pranzo mangia gli avanzi della sera prima alla scrivania per usare i buoni pasto per fare la spesa. Chi passa i fine settimana dai genitori per non farla proprio, la spesa, e fa finta di dimenticarsi dei compleanni. Chi al bar fa scivolare in borsa la bustina non usata dell’olio per l’insalata e il pezzo di pane avanzato e chi è sceso nello scaglione ISEE di chi non paga la mensa dell’asilo.

Io mi sono stampata la ricetta delle raviole perché in dispensa mi è rimasta solo farina e marmellata e i mandala da colorare per i bimbi sulla parte non usata dei fogli dell’ufficio. E questi sono i nostri discorsi della macchinetta del caffé che ormai è solo un punto d’incontro perché anche le nostre chiavette piangono miseria.

Sfortuna opportuna

Quando voi bambini a cui è dedicato questo blog sarete grandi questa crisi finanziaria ed economica sará forse dimenticata. O forse se ne parlerá in modo mitico come la prima crisi veramente globale del ventunesimo secolo o tragico come quella crisi che mise in ginocchio l’Occidente o forse, speriamo, anche in modo positivo, come quella crisi che mise fine ad una crescita senza sostanza e ci fece rivedere le prioritá verso gli altri e verso l’ambiente.

Chissá se ci chiederete mai cosa faceva la nostra famiglia in quel frangente e cosa facevate voi nel 2009, se eravamo ricchi, se abbiamo avuto difficoltá da affrontare in questa congiuntura e come le abbiamo affrontate.

Beh, meglio che lo sappiate, ricchi non siete, ma non vi manca nulla di importante. Avete una casa, è un appartamento piccolo piccolo in cui siamo un po’ strettini, visto che la vostra cameretta è una singola, ma è nostro (e in questi giorni estingueremo anche il resto del mutuo).

La mamma prima di rimanere incinta la prima volta lavorava a tempo pieno e le piacerebbe continuare a farlo, per due motivi: il primo è che il suo lavoro le piace molto, il secondo è che con il papá, quando la nostra famiglia si è allargata, abbiamo fatto delle scelte: lui ha lasciato lo studio per cui lavorava perché non gli lasciava sufficiente tempo libero per potersi organizzare con i suoi clienti e per la sua famiglia e si è buttato e ha un piccolo studio legale per conto suo. Questo peró vuol dire che probabilmente per qualche anno lavorerá tanto ma non guadagnerá moltissimo, capita cosí quando si comincia. Quindi lo stipendio di mamma serve tutto.

Il problema è che c’è la crisi. Da ogni parte si sente parlare di licenziamenti e cassa integrazione, di ordini fermi, di mancati incassi. Tutta la catena produttiva rallenta o si ferma. E anche nell’azienda in cui lavora la mamma la diminuzione di fatturato ha portato a parlare di esuberi, di licenziamenti collettivi. Dopo un mese di trattative hanno deciso di optare per i Contratti di Soliderietá, un ammortizzatore sociale per cui tutti ci si diminuisce il lavoro, in proporzioni diverse a seconda del ruolo, per evitare che qualcuno rimanga senza. Alla fine è stato un percorso positivo, ma il risultato è che la mamma lavorerá 10 ore in meno a settimana per i prossimi due anni.

Lo stipendio non sará ridotto proprio del 25%, ma un po’ di meno, perché una parte della differenza la coprirá l’INPS. Certo, bisognerá ingegnarsi per spendere di meno, ma devo ammettere che se c’era un momento opportuno perché questo accadesse era questo.

Questa azienda permette di lavorare in buona parte da casa fino al compimento di un anno di etá del figlio, il che significa che negli ultimi anni la mamma è stata prima in maternitá a rischio dalla fine del terzo mese perché gemellare, quindi a riposo a casa, poi ha lavorato da casa fino a che Leonardo non ha compiuto un anno, poi per 7 mesi a tempo pieno, mentre aspettava Manuele, portandosi il pranzo da casa e mangiandolo di fronte al computer per uscire prima e poter stare qualche ora a giocare con Leo, poi di nuovo in maternitá, poi ancora a lavorare da casa. Tutto questo finiva il 6 Marzo, con un po’ di magone. Avevo l’idea di prendere comunque dei giorni di maternitá facoltativa fino all’Estate e prolungare un po’ le vacanze estive, ma vedo i miei bimbi ancora cosí piccoli e l’idea di stare lontano da loro tutto il giorno mi pesava molto. Se avessi potuto ottenere un part time per un paio d’anni, pur con tutti i sacrifici che ne derivavano, forse l’avrei fatto, ma nell’azienda in cui lavoro il part time se richiesto è a tempo indeterminato per cui sarebbe stato difficile ritornare a lavorare 8 ore al giorno.

In un primo momento avevo pensato di distribuire queste 10 ore in meno su tutti i giorni, in modo da lavorare solo 6 ore al giorno e poter tutti i giorni stare con i miei bimbi per una parte del pomeriggio. Ne ho parlato con il papá che mi ha detto: “Bravissima, alza la mano destra che vado a prendere la Costituzione e ti faccio giurare che non farai un minuto in piú di queste sei ore al giorno”.

Non ho giurato, perché aveva ragione a temere che poi avrei prolungato il lavoro, continuando a lavorare forse non 8 ore, ma almeno 7 al giorno. Quindi alla fine la decisione è che la mamma lavorerá 8 ore dal Lunedí al Mercoledí (e ancora si porterá il pranzo da mangiare davanti al computer per essere da voi il prima possibile), 6 ore il Giovedí e stará a casa il Venerdí. Potrá passare piú tempo con voi, e anche se abbiamo dovuto rinunciare al viaggio in Canada per andare a trovare la Zia Laura, anche se non potremo andare subito a vivere in una casa piú grande, anche se magari il futuro sembrerá un po’ piú incerto di come era ieri troveremo il modo di renderci la vita allegra. Intanto oggi stiamo insieme, e per piú tempo di prima, e di questo io non posso che esserne davvero felice.