Lacrime

Questo è un post che avrei dovuto scrivere prima di partire ma non ho avuto il tempo. Siccome contiene riflessioni che sto ancora applicando e su cui sto ancora lavorando, lo finisco perché è ancora attuale.
Prima di partire, dicevo, ho letto un libro che mi ha cosigliato Michy che si intitola Lacrime e capricci. Premetto che non sono d’accordo con il 70% delle tesi dell’autrice, trovo che un po’ di severità ogni tanto sia amore quanto le coccole, ma nel 30% rimanente ci ho trovato molto. La verità è che da quando ho figli mi manca poter piangere liberamente. Lo facevo di tanto in tanto, in particolare quando abitavo da sola, alla fine di una giornata stressante, per sfogarmi. In pubblico no, cercavo di evitarlo ed in genere ci riuscivo, ma il piantino serale, non per forza triste, solo liberatorio, al termine del quale ti fai una bella dormita e al mattino vedi tutto rosa, ogni tanto ci voleva. Quando mi sono sposata ho limitato la cosa, ma una volta capito anche il consorte mi ha lasciato sfogare senza troppo preoccuparsi. Però i miei figli ho sempre cercato di non farli piangere, almeno non troppo. Non per le loro esigenze, se potevo evitarlo. E anche quando piangevano per una punizione o un divieto, comunque mi si crepava il cuore e non vedevo l’ora che finisse.

Sentire piangere un figlio è sicuramente angosciante. Quando Leonardo stava per compiere tre mesi, da bimbo sereno e paciocco, colichette a parte, ha cominciato a piangere tutte le sere più di un’ora al momento del sonno. Non sapevamo più che fare, questo comportamento non rientrava in nessuna descrizione di nessun manuale. Appena arrivato il momento in cui la stanchezza si faceva sentire, ecco arrivare la disperazione. Abbiamo provato a cullarlo, ad allattarlo, a distrarlo con le canzoni, a lasciarlo nel lettino, a riprenderlo… Lui piangeva. La pediatra l’ha definita “ansia da distacco”, anche se normalmente questa arriva più avanti nello sviluppo. Secondo lei l’impressione di doversi staccare nel sonno dalla mamma, dai giochi, da tutto il bello del giorno lo terrorizzava. Povero piccolo. La mia teoria, strampalata forse, era che un solo battito di cuorenon gli bastasse per sentirsi riaccolto come nel ventre materno. Forse, piccolo come era, solo per avere sentito la sua presenza durante la gestazione, due battiti invece di uno, gli mancava la sorella. Ho passato due mesi di angoscia, in quel periodo ho litigato con tutti, ero insofferente in particolare con chi mi dava ricette prestabilite e pontificava ragioni e soluzioni. Mi sentivo in colpa perché non gli ero sufficiente, perché non bastava che ci fossi per dargli tranquillità.

Leggendo Lacrime e capricci, alla fine, ho capito che il modo che avevamo adottato, per rassegnazione, forse è stato il migliore. Cioè l’abbiamo lasciato piangere, tenendolo in braccio, cercando di rassicurarlo. Così forse ha potuto guardare in faccia le sue paure, o solo la fatica della giornata, ma sempre con il conforto e la sicurezza della nostra presenza. Perché è questo che il libro consiglia: di non frenare il pianto dei bambini, che è un’ottima valvola per scaricare lo stress ma anche elaborare i traumi, e che soffocandolo con distrazioni o divieti impedisce od ostacola questo processo.

Ci sto provando. In poche parole, anche se il capriccio arriva e io devo frenarlo, la mia reazione adesso è di dire che è normale essere frustrati e che anche alla mamma se non può avere quello che vuole viene da piangere, e che piangere può aiutare, e che se vogliono posso stare vicina. Questo ovviamente non significa cedere, significa accettare la loro reazione. E ho notato, ma non so se si tratta di coincidenza, che i capricci si ripresentano meno frequentemente. Il pianto trattenuto evidentemente ha poi bisogno di trovare una scusa per sfogarsi, proprio come succede a me, e se invece viene lasciato fluire e accolto non si ripresenta.

E devo ammettere che alla fine l’idea che i miei figli, da uomini adulti, siano comunque capaci di piangere, per motivi seri, spero, non mi dispiace affatto. Piangere non è un male, solo che me lo ero dimenticato.

Carisma (mancanza di)

Manuele è in pieno terrible two. E anagraficamente ci sta. In lui questa fase si concretizza nell’ignorarci completamente non appena tentiamo di indossare la veste genitoriale autorevole. Ma per fortuna in casa qualcuno che ha conservato il suo carisma è rimasto.
Un episodio emblematico di questa sera.
“Manuele, vieni a tavola.”
“Manuele, ci sono gli spaghettini al pomodoro.”
“Manuele?”
Manuele indaffaratissimo a giocare non ci degna di un cenno.
“Manuele, se non vieni a mangiare gli spaghetti penso che non li vuoi e li tolgo.”
“Manuele, allora tolgo gli spaghettini?”
Leonardo, che già è a tavola da un pezzo, decide di prendere la situazione in pugno. Scende dalla sedia, si avvicina al fratello e gli dice “Lele, vuoi vedele come mangio gli paghettini?”
Manuele alza la testa, risponde “Zi!”, convinto, trotterella al suo posto e si mette a mangiare mentre Leonardo gli spiega come si arrotolano gli spaghetti sotto lo sguardo sconsolato di Mamma e Papà.

Controprova.

“Manuele, vuoi ancora spaghettini?”

“Manuele, ti ho chiesto se vuoi ancora spaghettini, visto che li hai finiti tutti.”.
“Leonardo, vuoi chiedere a Manuele se vuole ancora degli spaghettini, per favore?.”

“Lele, vuoi ancola paghettini?”.
“No, glassie.”

E sarebbe già sufficiente ma per rincarare la dose Leonardo si è rivolto a Papà, autore della richiesta, e ha avvertito. “Pelò è l’ultima volta che ti faccio un favole.”

Temo che la nostra mancanza di carisma la pagheremo cara, prima o poi.

Competenze lavorative

Qualche tempo fa ho letto dell’iniziativa Il CerVello di Mamma e Papà di Genitori crescono e così su due piedi, mi è sembrata molto carina, anche se non so quanto incisiva sul piano del mercato del lavoro. Però fornisce  un piccolo aiuto di empowerment, per usare un anglicismo di moda, e visto che parliamo di lavoro li useremo a piene mani che fa figo, per le povere mamme ciabattose che dopo un passato da grintose lavoratrici si trovano messe in attesa, magari a fare qualcosa di ripetitivo che non metta il capo in difficoltà se devono correre via per l’ennesima tonsillite o assenza, sempre che un lavoro al ritorno lo trovino.

Quindi mi sono detta, anche io, sono diventata davvero una lavoratrice migliore e più appetibile dopo due maternità? La risposta è stata ed è ancora Mah. Perché il senso di colpa che ti instillano dentro, le difficoltà organizzative, la frustrazione nel dover a volte lasciare il lavoro a metà sul più bello perché c’è qualcuno a casa che ti aspetta, la stanchezza cronica e le difficoltà di concentrazione non ti fanno sentire una migliore lavoratrice di prima. Anzi.

Per un po’ ho messo l’idea da parte poi l’ho presa come una sfida. Individuare almeno una caratteristica nuova che deriva dall’aver figli piccoli. E Domenica scorsa ho passato il tempo ad analizzare i miei comportamenti e questo è quello che mi sono appuntata.

Niente ormai mi coglie impreparata, i miei figli mi insegnano ogni giorno a pensare fuori dagli schemi, il famoso think out of the box, per questioni di sopravvivenza. E così, quando ho trovato Manuele con in mano un mio vecchio rossetto che non avevo ancora avuto il coraggio di buttare e che giaceva in una scatola tenuta forse un po’ troppo in basso, ho provato a farmelo ridare. Ma la consistenza dell’oggetto era troppo interessante, e anche il colore che, guardacaso, se strisciato lungo i muri lasciava strisce brillanti e vivaci.

Che fare, strapparglierlo con la forza? Di quel rossetto in fondo non mi importava niente, un po’ di più dei miei muri (ma poco, che sono già ridotti male). Invece del conflitto, una mediazione? Prendiamo dei fogli di scarto, e proviamo ad usare questo nuovo tipo di colore. Rouge Passion per Manuele, e Bois de Rose per Leonardo, che naturalmente ha trovato l’idea affascinante e quindi è stato rifornito anche lui di strumento pittorico. Risultato finale: bimbi intrattenuti per 20 minuti, muri salvi e riciclo creativo di cosmetici destinati alla pattumiera.

Poco più tardi, Manuele mi mostra un minuscolo buchino nel suo calzino. Gli dico “Togliteli, così li laviamo e te lo aggiusto” e nel frattempo torno in cucina a preparare il pranzo. Due minuti dopo il papà mi chiama. I due bravi casalinghi sono davanti al bidet che lavano i calzini, uno per uno, e alla domanda del papà, se avessero avuto il permesso di giocare con l’acqua, rispondono “I calzini di Lele hanno un buchino e noi li stiamo lavando per aggiustarli”.

Frenato il riso, i calzini bagnati stanno per essere sequestrati e gettati insieme agli altri panni sporchi, ma è il caso di sprecare cotanta buona volontà? Ed ecco spuntare del sapone di marsiglia e improvvisare una lezioncina su come si lavano e sciacquano i calzini. Teaching and learning on the job, dicevano all’ex Andersen Consulting. Nel bagno di casa mia. Una volta lavati, sciacquati e asciugati i calzini sono stati stesi fuori da due volenterosi aiutanti. Motivational training. Il giorno dopo quando Leo si è tolto i calzini ha lavato anche quelli. E son soddisfazioni.

E per finire, uno dei classici problemi da risolvere quotidiano, perché alla fine con i tuoi figli è fondamentale il trust environment. Avevo promesso a Leonardo che avremmo fatto i biscotti, solo che mi ero dimenticata che la pizza era a lievitare nel forno. Io so che tirar fuori i panetti stagliati dal forno compromette la lievitazione e quindi dovevo scegliere tra rovinare la pizza o spiegare a Leo che non potevo mantenere la promessa. Ma no, think out of the box! Ho scavato in fondo alla dispensa e trovato del farro soffiato al naturale abbandonato in un sacchetto. In frigo un resto di cioccolata, fatto fondere a bagnomaria insieme ad un po’ di burro, un cucchiaio di malto d’orzo e uno di miele e ci ho impastato il farro, facendone mucchietti su un pezzo di carta forno e mettendoli a raffreddare in frigo. Ed ecco i nostri biscotti senza cottura e la pizza salva. The best of two worlds, oserei dire.

Allora, mi assumete?

Da Montreal con amore

Eccomi finalmente a raccontare due cosine sull’esperienza a Montreal. Ringrazio qui tutti quelli che hanno lasciato un commento e un augurio in questi giorni, mi dispiace se non sono riuscita a rispondere ma mi faceva piacere aggiornare invece il blog con qualche foto per fare in modo che i nostri amici potessero seguirci almeno un po’ nel nostro viaggio.

Avevo un intero bagaglio a mano adibito a giochi, giochini, fazzolettini, tazze di acqua senza acqua, mutandine, pantaloni e calzini di ricambio, certi che il viaggio sarebbe stato troppo lungo, troppo faticoso, troppo noioso, troppo inadatto a dei bambini di 2/4 anni. E invece, nonostante ritardi, cambi di aereo, rottura di valigie e jet lag si è nuovamente dimostrato che basta dire ad un bimbo “Andiamo sull’aereo” e “Stiamo volando” e il miracolo della gestibilità si compie.

Invece non eravamo tanto preparati alle piccole, ma fastidiose in casa d’altri, regressioni che sono seguite allo spostamento. Ad esempio non eravamo attrezzati a dover girare con loro sempre in braccio, o di non riuscire a tenerli a tavola per pranzo o cena. Invece, fortunatamente, nessun problema sul fronte vasino di Manuele, che invece quando siamo andati a trovare una mia amica a Lerici si era rifiutato di fare qualsiasi cosa nel suo bagno e l’unico modo in cui eravamo riusciti a non fargliela fare addosso era stato farlo liberare in una pineta con vista sul mare. E poi ci sono i TT di Manuele. Che ovviamente sono scoppiati proprio in viaggio, proprio in vacanza. Quelli di Manuele si stanno rivelando dei TT diversi da quelli di Leonardo, più volitivi e meno capricciosi, più volti ad imporre la propria volontà che, forse, la propria visione del mondo. E così, al grido di “A scinista!” il piccolo di casa usciva di casa e si incamminava in una direzione qualsiasi, protestando violentemente se non era la direzione decisa dal resto del gruppo. E questo è solo un esempio. Nel frattempo i nonni dicono che ha fatto uno scatto di crescita impressionante durante questi venti giorni, di cui ovviamente né io né Papà ci eravamo accorti.

La vacanza però è stata bella, anche se decisamente diversa da quelle passate, e i bimbi ne parlano ancora con piacere, spero che per loro costituisca un bel ricordo anche se remoto.

Concludo con un breve elenco di cose da fare a Montreal con i bimbi molto piccoli,  nel caso vi capitasse di soggiornare da quelle parti. Altre le abbiamo in lista per la prossima volta che casualmente capiteremo da quelle parti.

– Andare al biodome e fare la gara di velocità con i pinguini.

– Passeggiare per gli infiniti paesaggi del Giardino Botanico.

– Andare alla Grande Biblioteca di Montreal, un edificio di legno e vetro che ha un intero piano dedicato ai bimbi, con libri, poltroncine per ascoltare la musica, dvd. E itnanto magari voi vi fate un giro alle mostre d’arte e archiettura ai piani superiori.

– Vedere l’ultimo spettacolo del Cirque du Soleil.

– Girare per i parchi cittadini. Bellissimo è il parco La Fontaine, con tanto di stagno con paperette e gli immancabili scoiattoli su ogni albero.

– Mangiare la poutine, in pratica patatine fritte condite con qualsiasi cosa. Avrebbe potuto pensarlo un bambino e infatti loro lo amano molto.

– Prendere un autobus e andare sul Mont Royal, percorrendolo in lungo e in largo (e facendo bolle di sapone).

– Fare merenda a base di bagel a Outremont.

– E, come già detto, prendere l’anfibus per fare il giro della città.

L’anfigiro turistico

E’ ovvio, viaggiare con i bimbi non e’ come viaggiare da soli. Per niente. In attesa di trattare l’argomento in maniera piu’ approfondita, vi racconto che, tra le mille cose che non avremmo mai fatto arrivando in una citta’ che non conoscevamo, probabilmente ci sarebbe stato il giro sul bus turistico. Ma a Montreal c’e’ l’Amphibus che, dopo aver fatto un giretto del centro, si butta nel San Lorenzo e ci fa un giretto, permettendo di ammirare la skyline della citta’ dall’acqua e di prendersi un po’  di freddo e di acqua se il tempo molto convenientemente cambia e il sole decide di lasciare il posto a nuvole e pioggia. E i bambini per una cosa del genere vanno pazzi.

Tra un pisolino e una coperta gentilmente offerta dalla ciurma, il giro e’ stato alla fine carino, Leonardo ancora lo racconta a tutti ed ha permesso anche a noi grandi di fare una carrellata su zone della citta’ che i bimbi avrebbero reso non visitabili.

Morale: non faro’ mai piu’ la snob sui giri turistici in bus, anzi, inaugurero’ una nuova stagione della mia vita in cui in ogni posto nuovo in cui andro’ mi informero’ se esiste un tale mezzo, anfibio o no, per fare un turismo di compromesso gradito a grandi e piccini.

36,3

Ore 8:30. Nottata tranquilla. Aspettiamo il responso della pediatra.

37,6

Ore 20:00. Ultimo antipiretico alle 13:30. Ho mai detto che è meglio evitare di dare sempre l’antibiotico ai bambini? L’ho mai detto?

39,3

Ore 13,30. Flebile speranza non pervenuta.

37,7

Ore 11. Senza antipiretico. Si è accesa una flebile speranza.

39,8

Domenica abbiamo fatto le valigie, la lista delle ultime cose da comprare e di quelle da mettere in borsa all’ultimo momento. Abbiamo un biglietto Bologna-Parigi-Montreal per Giovedì alle 10, di quelli convenienti e non modificabili, un viaggio rimandato 4 anni, un biglietto comprato prima dell’ultimo CDS e del razionamento, un’interruzione agognata a questo periodo di stress, e soprattutto tanta voglia di riabbracciare la zia Laura. Domenica la bronchite era debellata e il futuro pianificabile.

Lunedì Leonardo si sveglia alle 6,40. Lo sento caldo. A mezzogiorno aveva 39,8, alle quattro 40 tondi. Pieno di placche in gola. Come si sia preso la tonsillite stando chiuso in casa e sotto antibiotico, anche se leggero, è una delle prove ontologiche che non si può ingannare il destino.

Le valigie sono ancora lì, aspettiamo Mercoledì sera per disfarle. E non tanto perché crediamo di poter partire, ma per darci il tempo di assorbire il colpo.

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