Le foto che non ho fatto

Posted On settembre 14, 2012

Filed under ansia da distacco, grovigli mentali

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Lunedì comincia la scuola elementare. Ieri alla riunione ero così emozionata che avrei voluto abbracciare la maestra. La classe è dipinta di due toni del giallo e ha 3 finestre enormi sul cortile interno. Saranno in 20, su quei banchetti nuovi nuovi della 1A della scuola nuova nuova. Con le luci di prossimità, il riscaldamento a pavimento e una palestra che noi ce la sognavamo e con il papà abbiamo detto almeno 10 volte che avevamo voglia di ricominciare le elementari anche noi. Ci sono anche i contro. Sedici maschi e 4 femmine, chissà quanto dureranno sani quei banchetti. E la maestra principale, un amore, che spera che il governo le conceda di andare in pensione prima o poi e quindi non riuscirà ad accompagnarli in quinta, mentre per le ore restanti ancora non ci sono le nomine definitive, e dispiace.

Ma in questi giorni, in cui la corsa all’acquisto del materiale si intreccia con le cure mediche e tanti impegni di lavoro, faccio fatica a concentrarmi sull’ora. Mi ritornano invece in mente tutte le foto che non ho fatto l’anno passato e me le scorro mentalmente, come un grande album inesistente.

Guardo la foto di tutte quelle mattine in cui uscivamo in 4, e i bimbi partivano di corsa fino all’altro lato della corte, nascondendosi fra le colonne mentre noi passavamo oltre fingendo di non vederli. Di quando Manuele non voleva entrare a scuola, ma se vedeva la maestra Claudia si accucciava e passava dalla porta facendo finta di essere un gattino, un pulcino o un cucciolo di dinosauro. Tutte tutte le foto dei disegni che il papà faceva sui vetri appannati quando Leo veniva a farsi salutare, e io mica lo sapevo che avevo sposato un uomo così bravo a disegnare sui vetri. Alle richieste, sempre di disegni, che un codazzo di bambini gli faceva appena Leo metteva piedi in classe. Ai lunghi pomeriggio con le strane storie eterne dei bambini, in cui il “facciamo che tu eri” è assolutamente superfluo e quando si andavano a chiamare nel cortile della scuola per andare a casa. Guardo la foto dei ringraziamenti mentali per aver due figli che giocano volentieri insieme, dei sorrisi di quando Manuele rispondeva pensoso “Cledo di sì” o “Cledo di no” a domande elementari, la foto di Leo che ha imparato a leggere e non si stanca di leggere qualsiasi cosa, rivelandosi un appassionato scrutatore delle etichette del cibo come sua madre. E sempre Leo che fa i sudoku con la nonna, e noi che non vogliamo che impari troppo perché non si rovini il gusto. E le incursioni notturne del lettone e le volte che vogliono venire in braccio anche se si credono ormai grandi.

Sono foto appiccicose di miele, che se le avessi scattate mi avrebbero riempito la casa di formiche, e forse è meglio che rimangano impalpabili. Lunedì comincia la scuola elementare e quelle foto non le scatterò mai più.

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Regali di Natale

Alcune blogger che stimo e leggo hanno affrontato ultimamente questo tema: regali di Natale, quanti, quali, e come? Se ne è parlato qui, qui, qui e ancora qui.  Mi ha fatto riflettere, ho ripensato alla nostra politica dei regali e ho valutato che, se noi genitori normalmente non facciamo regali fuori dalle feste comandate, tra nonni e amici di passaggio i bimbi sono molto abituati a ricevere giochi e pensierini. A volte utili, a volte educativi, a volte plasticosi, a volte persino gormitosi, a volte bellissimi (e, sempre a volte, le varie categorie possono sovrapporsi). E anche noi, si, forse non facciamo molti regali degni di questo nome, ma rimpinguiamo regolarmente il parco pennarelli, didò, libri, quaderni, dvd per bimbi, abiti per lo scatolone dei travestimenti e altri strumenti per tenerli impegnati a casa e nei week-end piovosi. E poi c’è il calendario dell’avvento, gli onomastici, i compleanni, le partenze, e altre piccole scuse per concederci il vizio di fare un regalo ai nostri cuccioli. Insomma, alla fine, pur concedendo una sola richiesta nella letterina a Babbo Natale, pur facendo finta di essere una famiglia sobria e un po’ spiantata, i bimbi di giochi non ne hanno pochi e anzi ne ricevono di continuo. Magari non costosi, ma tanti comunque. Ogni tanto faccio sparire quelli distrutti, o metto via quelli che hanno perso l’aura di novità e li faccio riapparire a rotazione, risvegliando nuovamente l’interesse, per evitare l’esigenza di un ricambio forzato e per arginare un po’ la sensazione di superfluo che provo guardando l’angolo giochi.

Alla fine delle letture mi sono quindi fatta l’esame di coscienza, ci ho pensato, ho pianificato se fosse possibile in qualche modo indirizzare propriamente le velleità giocherecce di Leonardo e Manuele e…. ho deciso di non farne niente. Anche perché l’esperienza mi ha insegnato che il negato è come l’arcolaio della Bella Addormentata, tu provi a far vivere i tuoi figli in una casa in una capanna lontana da ogni pericolo ma da qualche parte c’è sempre una soffitta con un attrezzo infernale che è sfuggito al tuo controllo.

A me è successo con la pubblicità. Noi non guardiamo la tv di fronte ai bimbi, e loro vedevano solo dvd adatti a loro, alla sera. Ma già dall’anno scorso Leonardo se ne è uscito dicendo “Io per Natale voglio la casa delle costruzioni”. Era successo che in una rivistina di Winnie the Pooh, di quelle piene di giochi grafici che lui fa molto volentieri, proprio sull’ultima pagina ci fosse una pubblicità della Lego, con alcune scatole e la famigerata casetta, ovviamente la più costosa dei set presentati. Così quest’anno è bastata una blanda visione di Rai yoyo per desiderare e richiedere la casa di Scooby Doo. Che volete che vi dica? Che sia. Si è fatta la letterina a Babbo Natale, Leonardo ha disegnato la casa, Manuele un cavaliere con la lancia e il drago, e quella cosa da loro voluta avranno. Solo una. Il che significa scegliere tra tutti i loro desideri, che non mi pare affatto diseducativo.

Nel mentre ho ripensato alla mia infanzia, e non mi pare che i miei abbiano mai messo un veto sui regali. Anzi, ultimamente ho incrociato un’amica di mia mamma, con figli circa dell’età mia e di mio fratello con cui giocavo da piccola, che ancora ricordava la nostra enorme camera piena piena di giochi. E con un sorriso ironico mi diceva che era strano che fossi cresciuta così a modo visto come ero stata evidentemente viziata da piccola. Poco gentile forse, ma vero: io sono cresciuta senza il mito del possedere, nonostante quella stanza piena di giochi. E mi sono ricordata che ogni Natale mia mamma ci faceva scegliere dei giochi da dare all’orfanotrofio vicino. Mi ricordo un anno che scelsi una mia Barbie, la vestii con cura a la confezionai per bene in una scatola vuota di pavesini perché sembrasse come nuova. Non mi ricordo che regali ho ricevuto quell’anno, ma quello che ho donato mi è rimasto in mente. E ho provato a proporlo ai miei bimbi, per quanto piccoli.

Il mestiere del papà a volte porta a conoscere casi difficili. Tra questi una ragazza madre dalla situazione davvero dura e complicata, con un bimbo poco più piccolo di Manuele, a cui in genere passo alcuni vestiti smessi. Ho chiesto ai bimbi se volevano scegliere un gioco da regalargli. Uno dei loro. Leonardo è partito con un entusiasmo che non mi immaginavo, riempiendo una busta di giochi anche attuali, anche belli e nuovi. Manuele per un po’ gli è stato dietro, poi quando il fratello ha cominciato a dire che regalava alcuni di quelli che a Manuele piacevano di più, si è messo naturalmente a piangere. Abbiamo trovato un compromesso, poi hanno deciso spontaneamente che avrebbero fatto un disegno per il bimbo, da accompagnare ai giochi.

Ho trovato la mia risposta: sono troppo pigra per mettermi troppi problemi sul ricevere, in fondo mi basta che poi sappiano anche dare. E comincerò, cosa che non avevo ancora fatto, a coinvolgerli nel realizzare regalini anche per amici e adulti. E poi se per Babbo Natale la slitta sarà poi troppo pesante, in fondo è il suo lavoro e saprà come risolvere il problema.

Il paradiso non è abbastanza

Posted On agosto 31, 2010

Filed under grovigli mentali, star trek

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A Settembre il mare diventa caldo, mosso e sonoro. La spiaggia si svuota e con i nuovi temerari che sfidano la sorte e il maestrale è più semplice fare amicizia (strano come la riva affollata e gli asciugamani stesi a poca distanza affoghino ogni ombrellone nella sua solitudine). Questa mattina abbiamo giocato tanto a saltare le onde, abbiamo infranto la nostra sacra abitudine di andare via presto e ci siamo trattenuti fino ad ora di pranzo perché la brezza era fresca e il sole garbato, con gli amici colmolani che andavano a pescare impunemente fra le onde a pochi metri da dove galleggiavo, ipnotizzandomi dei continui disegni sul fondale in un batik di luce e onde. Guardo i bimbi che si rincorrono scalzi sporchi e instancabili e penso che mi mancheranno i loro piedi nudi che presto l’inverno renderà meno accessibili, e mi chiedo fino a quando brameranno le carezze della mamma, e mi dico che questo momento, questa lunga estate non tornerà più.

Ma dopodomani non avrò malinconie a salutare il nostro piccolo paradiso di ritmi familiari e affetti. Abbiamo imparato molto quest’estate, siamo tutti diventati più grandi, abbiamo fatto il pieno di coccole, giochi, pazienza e riequilibrato equilibri che andavano equilibrati. Ma adesso basta. Perché mi manca Bologna, mi manca casa mia. Mi manca l’agire, mi manca la sfida, mi manca l’impegno. Dico mi, ma dovrei dire ci, perché l’altro giorno Leonardo mi ha confidato lo stesso, che gli mancava casa sua, quella in città, quella piccola, senza giardino, lontana dal mare, ma gli manca perché è bella e ci sono i suoi giochi, e che gli manca la scuola, e che gli mancano i nonni paterni, e i suoi amici. Abbiamo assaporato per un mese e mezzo la routine quasi ossessionante del relax e ci siamo ritemprati ma ora è ora di tornare e inventarsi come guadagnarci il pane quotidiano. Perché in questa calma abbiamo piantato progetti e coltivato speranze e adesso vogliamo realizzare questo nostro futuro.

E a me che sono cresciuta a pane e Star Trek viene in mente il capitano Kirk che, dopo essere fuggito dal solito paradiso terrestre il cui solo, piccolo, difetto era di non poter vivere liberi diceva “Ci saremmo sacrificati così tanto, mi domando… ad intrecciar qualche ghirlanda dall’alloro?“. Potremmo parlare della solita storia della mela e del paradiso terrestre, dell’irrequietezza e del peccato originale. Ci ho pensato, mi sono detta che sono pazza a bramare la fatica e la sfida, ma non c’entra molto, suona sbagliato. Quello che mi richiama con insistenza a casa da un lato è una sensazione di appartenenza, dall’altra il  bisogno di lasciare la propria impronta nel mondo, sperando che sia positiva, invece di ritirarsi nel proprio angolo a coltivare le proprie personali felicità. E, tirando davvero le conclusioni all’estremo, è questo il fine ultimo dei nostri progetti e dei buoni propositi. Fare bene, e farlo bene, perché se do retta al brutto e alla reale disperazione che mi circonda cercherei solo un posto sicuro dove vivere e morire in santa pace.

E invece il paradiso non mi basta, se è solo un luogo. Il Paradiso me lo devo portare addosso, perché solo così lo posso fruire sempre, in ogni dove e in ogni stagione.

Ho letto su tanti blog che Settembre è il vero inizio d’anno, rigenerati dalle vacanze, il momento del nuovo diario, del nuovo orario, della campanella e della ripresa, in tutti i sensi. E non mi viene in mente niente di meglio da augurare a tutti voi che quello che dice il salmo, cioè, in questo nuovo anno di fare cose nuove, e di aprire strade nel deserto.