Il paradiso non è abbastanza

Posted On agosto 31, 2010

Filed under grovigli mentali, star trek

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A Settembre il mare diventa caldo, mosso e sonoro. La spiaggia si svuota e con i nuovi temerari che sfidano la sorte e il maestrale è più semplice fare amicizia (strano come la riva affollata e gli asciugamani stesi a poca distanza affoghino ogni ombrellone nella sua solitudine). Questa mattina abbiamo giocato tanto a saltare le onde, abbiamo infranto la nostra sacra abitudine di andare via presto e ci siamo trattenuti fino ad ora di pranzo perché la brezza era fresca e il sole garbato, con gli amici colmolani che andavano a pescare impunemente fra le onde a pochi metri da dove galleggiavo, ipnotizzandomi dei continui disegni sul fondale in un batik di luce e onde. Guardo i bimbi che si rincorrono scalzi sporchi e instancabili e penso che mi mancheranno i loro piedi nudi che presto l’inverno renderà meno accessibili, e mi chiedo fino a quando brameranno le carezze della mamma, e mi dico che questo momento, questa lunga estate non tornerà più.

Ma dopodomani non avrò malinconie a salutare il nostro piccolo paradiso di ritmi familiari e affetti. Abbiamo imparato molto quest’estate, siamo tutti diventati più grandi, abbiamo fatto il pieno di coccole, giochi, pazienza e riequilibrato equilibri che andavano equilibrati. Ma adesso basta. Perché mi manca Bologna, mi manca casa mia. Mi manca l’agire, mi manca la sfida, mi manca l’impegno. Dico mi, ma dovrei dire ci, perché l’altro giorno Leonardo mi ha confidato lo stesso, che gli mancava casa sua, quella in città, quella piccola, senza giardino, lontana dal mare, ma gli manca perché è bella e ci sono i suoi giochi, e che gli manca la scuola, e che gli mancano i nonni paterni, e i suoi amici. Abbiamo assaporato per un mese e mezzo la routine quasi ossessionante del relax e ci siamo ritemprati ma ora è ora di tornare e inventarsi come guadagnarci il pane quotidiano. Perché in questa calma abbiamo piantato progetti e coltivato speranze e adesso vogliamo realizzare questo nostro futuro.

E a me che sono cresciuta a pane e Star Trek viene in mente il capitano Kirk che, dopo essere fuggito dal solito paradiso terrestre il cui solo, piccolo, difetto era di non poter vivere liberi diceva “Ci saremmo sacrificati così tanto, mi domando… ad intrecciar qualche ghirlanda dall’alloro?“. Potremmo parlare della solita storia della mela e del paradiso terrestre, dell’irrequietezza e del peccato originale. Ci ho pensato, mi sono detta che sono pazza a bramare la fatica e la sfida, ma non c’entra molto, suona sbagliato. Quello che mi richiama con insistenza a casa da un lato è una sensazione di appartenenza, dall’altra il  bisogno di lasciare la propria impronta nel mondo, sperando che sia positiva, invece di ritirarsi nel proprio angolo a coltivare le proprie personali felicità. E, tirando davvero le conclusioni all’estremo, è questo il fine ultimo dei nostri progetti e dei buoni propositi. Fare bene, e farlo bene, perché se do retta al brutto e alla reale disperazione che mi circonda cercherei solo un posto sicuro dove vivere e morire in santa pace.

E invece il paradiso non mi basta, se è solo un luogo. Il Paradiso me lo devo portare addosso, perché solo così lo posso fruire sempre, in ogni dove e in ogni stagione.

Ho letto su tanti blog che Settembre è il vero inizio d’anno, rigenerati dalle vacanze, il momento del nuovo diario, del nuovo orario, della campanella e della ripresa, in tutti i sensi. E non mi viene in mente niente di meglio da augurare a tutti voi che quello che dice il salmo, cioè, in questo nuovo anno di fare cose nuove, e di aprire strade nel deserto.

Lacrime

Questo è un post che avrei dovuto scrivere prima di partire ma non ho avuto il tempo. Siccome contiene riflessioni che sto ancora applicando e su cui sto ancora lavorando, lo finisco perché è ancora attuale.
Prima di partire, dicevo, ho letto un libro che mi ha cosigliato Michy che si intitola Lacrime e capricci. Premetto che non sono d’accordo con il 70% delle tesi dell’autrice, trovo che un po’ di severità ogni tanto sia amore quanto le coccole, ma nel 30% rimanente ci ho trovato molto. La verità è che da quando ho figli mi manca poter piangere liberamente. Lo facevo di tanto in tanto, in particolare quando abitavo da sola, alla fine di una giornata stressante, per sfogarmi. In pubblico no, cercavo di evitarlo ed in genere ci riuscivo, ma il piantino serale, non per forza triste, solo liberatorio, al termine del quale ti fai una bella dormita e al mattino vedi tutto rosa, ogni tanto ci voleva. Quando mi sono sposata ho limitato la cosa, ma una volta capito anche il consorte mi ha lasciato sfogare senza troppo preoccuparsi. Però i miei figli ho sempre cercato di non farli piangere, almeno non troppo. Non per le loro esigenze, se potevo evitarlo. E anche quando piangevano per una punizione o un divieto, comunque mi si crepava il cuore e non vedevo l’ora che finisse.

Sentire piangere un figlio è sicuramente angosciante. Quando Leonardo stava per compiere tre mesi, da bimbo sereno e paciocco, colichette a parte, ha cominciato a piangere tutte le sere più di un’ora al momento del sonno. Non sapevamo più che fare, questo comportamento non rientrava in nessuna descrizione di nessun manuale. Appena arrivato il momento in cui la stanchezza si faceva sentire, ecco arrivare la disperazione. Abbiamo provato a cullarlo, ad allattarlo, a distrarlo con le canzoni, a lasciarlo nel lettino, a riprenderlo… Lui piangeva. La pediatra l’ha definita “ansia da distacco”, anche se normalmente questa arriva più avanti nello sviluppo. Secondo lei l’impressione di doversi staccare nel sonno dalla mamma, dai giochi, da tutto il bello del giorno lo terrorizzava. Povero piccolo. La mia teoria, strampalata forse, era che un solo battito di cuorenon gli bastasse per sentirsi riaccolto come nel ventre materno. Forse, piccolo come era, solo per avere sentito la sua presenza durante la gestazione, due battiti invece di uno, gli mancava la sorella. Ho passato due mesi di angoscia, in quel periodo ho litigato con tutti, ero insofferente in particolare con chi mi dava ricette prestabilite e pontificava ragioni e soluzioni. Mi sentivo in colpa perché non gli ero sufficiente, perché non bastava che ci fossi per dargli tranquillità.

Leggendo Lacrime e capricci, alla fine, ho capito che il modo che avevamo adottato, per rassegnazione, forse è stato il migliore. Cioè l’abbiamo lasciato piangere, tenendolo in braccio, cercando di rassicurarlo. Così forse ha potuto guardare in faccia le sue paure, o solo la fatica della giornata, ma sempre con il conforto e la sicurezza della nostra presenza. Perché è questo che il libro consiglia: di non frenare il pianto dei bambini, che è un’ottima valvola per scaricare lo stress ma anche elaborare i traumi, e che soffocandolo con distrazioni o divieti impedisce od ostacola questo processo.

Ci sto provando. In poche parole, anche se il capriccio arriva e io devo frenarlo, la mia reazione adesso è di dire che è normale essere frustrati e che anche alla mamma se non può avere quello che vuole viene da piangere, e che piangere può aiutare, e che se vogliono posso stare vicina. Questo ovviamente non significa cedere, significa accettare la loro reazione. E ho notato, ma non so se si tratta di coincidenza, che i capricci si ripresentano meno frequentemente. Il pianto trattenuto evidentemente ha poi bisogno di trovare una scusa per sfogarsi, proprio come succede a me, e se invece viene lasciato fluire e accolto non si ripresenta.

E devo ammettere che alla fine l’idea che i miei figli, da uomini adulti, siano comunque capaci di piangere, per motivi seri, spero, non mi dispiace affatto. Piangere non è un male, solo che me lo ero dimenticato.

A tavola

Posted On agosto 17, 2010

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“Ola vi lacconto una stolia – Ahh, sentiamo la storia – C’ela una volta un dlago a 55 teste – Vojo il pane calasaulo! – Si dice “vorrei” e “per favore” – Volleiilpanecalasauloperfavole! – Ecco il pane carasau, e la prossima volta prova a non urlare, è più educato – … e poi c’elano delle blioches giganti – Mi passi il pecorino per favore? – ante io lacconto una tolia! – Ok, raccontate tutti la storia ma non smettete di mangiare – e cadevano tutte dalla tasca del gigante – Zela uno qualo glaaande glannde e un pessolino… – Leo, non smettere di mangiare, fra una frase e l’altra infila la forchetta in bocca – Va ricomprato – pittolo pittolo che lo inzeguiva pel la setondima volta – e il dlago le mangiava tutte 55 in una sola volta, pelché aveva 55 teste –   Cosa? – le blioches! – No, dicevo alla mamma -ma il pessolino liussiva a fuggile antola e andava dalla sua mamma – Cosa, cosa? Leo, la forchetta! – che li dava la pata col peto e poi lo poltava all’affario. – cosa va ricomprato? – e il dlago andò a complale altle blioche – Il pecorino – Vojo il petolino! – Non sento.. – Volleiilpetolinopelfavole! – Allola, è caduto plima il gigante o le blioches? – … – ho fatto una domanda – vado a fale la pipiiiiiiiii! -vado io! – non scappare, codarda! – ho fatto una domanda pel capile se avete capito – ehm… puoi ripeterla? – è caduto plima il gigante o le blioches – ehm… la prima? – la plima cosa? – la prima cosa che hai detto? – che ho detto plima? – ehm – allola, ve lo dico io, è caduto plima il gigante e la plossima volta state più attenti – Leo, la forchetta!

Scene di vita quotidiana del giurassico

Posted On agosto 1, 2010

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“Io zono il nonno tlex”
“E io la nonna tilannosaulo. E questi sono i cuccioli nipotini”
“Te fazzamo ola?”
“Andiamo al palco con i nipotini.”
“E zotiamo! E andiamo sullo sivolo! E sull’atalena!”
“E poi andiamo a fale la pappa!”
“A tasa?”
“No, combattiamo con l’apatosaulo e lo mangiamo.”
“E poi manzamo ante il blontosaulo!”